Antonio Baruffaldi - gruppoartistidellasaccisica

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Poetry

[image:image-2]He lives in Piove di Sacco (PD), where he attended the Artists Group of Saccisica and local Photo club.

In early period he travelled extensively for work. They are from that period (1967-1983) his first poems, which he published in 2003 (Presenze, Art & Print).
Since 2000 he is part of the Poetry Section of the Artists Group of Saccisica and publishes his writings in “Quaderni di Poesia” and other Collections published by the same Group.
Baruffaldi in 2009 collaborated with the poet Giampiero Giuliucci, approaching his photographs to the texts of the collection "The fire, the snow".

Il lungo viaggio (The long journey) (Art & Print) is his second anthology, covering the 2001-2009 period.                       

                                                                                                                                                                                                                                   


_____poesie______________________________________


Madre
 
Non mi aspetto più un tuo gesto,
né ti chiedo un tuo segno.
 
Dicevi “questo è il mio primo”
con orgoglio di madre.

                                            (senza tempo)



 

  Una domenica a Monteortone
                                          (ricordando mio padre)

Strade bianche
un rotolar di polvere
la macchina nuova:
babbo mio, mai più pedalare!
Profumo di mosto
la frasca è vicina,
innocenti latrati
ripetuti buongiorno
un boccione di bianco
fine aroma che bontà!
 
Una volta pagato
gran sorrisi e come sta.
 
Era un mito mio padre
di dolcezza e dedizione
ma i pensieri erano spine
antiche e profonde
e le parole mai dette
un intralcio per me.
 
Nel chiostro silente
o nell’ombra della chiesa
bisbigliava coi santi,
parenti stretti
di quei viandanti che giungono a sera
- la sera della vita -
con stanchezza di membra
ma freschezza nel cuore.
 
Una domenica di vento,
a Monteortone.
Un rotolar di foglie
un ricordo lontano.
 
 
                                                                                                                                                               Novembre 2004

Dalla terrazza di Deruta
                              (era d’estate)
 
Volano liberi,
incrociando il mio sguardo,
i rondoni di Deruta
Nelle ore che spengono l’afa
diurna e sudaticcia
sfidano il cielo
con rutilanti squittii e incontenibili deliri.
 
Nel silenzio che segue,
sospeso e surreale,
la nottola guardinga appare;
vigila lesto il sonar
divertendosi con le mie paure.
Dalla terrazza alta
la verde forra giace e
freme di brezza che rotola
precedendo le ombre della sera.
 
Nelle botteghe del borgo antico
si riscrivono i diari
di una vita che fu,
ma da mille finestre
appena accese
sinistri bagliori annunciano
le frequenze delle nuove libertà.
 
… « Mamy what do you think about this? »
mostrando una bacca il bimbo inglese.
La risposta non si estinguerà quella sera.
 
 
Nei campi che digradano
i girasoli attendono a capo chino
e le spighe si piegano alla falce dell’uomo,
che verrà.
 
Credo che domani sarà un giorno ancora.
 
                                 Deruta, giugno 2006  (dedicata a Elena)
 
 
Frammenti di Sicilia

 
Ti respiro tutta, anima bella.
Nelle tue vene scorre liquido il mare
e le tue ossa sono nobili vestigia.
Il tuo passato è la nostra Storia,
una Storia da sfogliare.
 
La mia radio sono i vicini,
presenti, vivi, morbosamente siciliani.
La cadenza mi è nota e
profuma di fato e seduzione.
« Pane, pane » garrisce il fornaio
a case assonnate e brezze mattutine;
gli fa eco da lontano il contadino,
che riscatta la terra
e perpetua il rito nelle strade.
Nei campi a semina e nelle serre brulicanti
silenti braccia
s’apprestano a ripetere i giorni, fino a sera.
 
Nella terrazza d’oriente
operose formiche arraffano ai miei piedi
briciole di notturna memoria.
Dolcetti nel frigo e frutti variopinti
mi fanno l’occhiolino…
ma biondi limoni da spiccare
aspettano nell’orto  
solo mani stupite di città.
 
Uno sgranocchiar di foglie secche
affianca i miei passi dietro casa;
s’acquatta il timido geco.
Scompare. Ed è mistero.

                                              Val di Noto, luglio 2005   


 
Sentieri dell’Altopiano

 
Incerto, non più giovanile,
il passo mio tra i boschi del Lémerle;
labili le orme sui sentieri fogliati
intrisi di pioggia prematura.
 
Chiassosi sterpi e denudate radici
disegnano il mio percorso,
ma bagliori improvvisi
illuminano rocce muschiate
e ombre odorose
inquiete, mai ostili.
 
Invisibili sciami,
traditi da battiti di sibilanti ali
mi sovrastano e mi accompagnano alla meta,
ma i notturni abitatori
attendono pazienti lo spegnersi del sole:
l’uomo a volte non perdona la loro esistenza.
 
Il bosco è coacervo di vite parallele,
reciprocamente sconosciute,
e resta mistero
nei lacerati silenzi dell’anima girovaga.

                                                        Cesuna, estate 2011
 
 
 
Gli occhi tuoi

Le mie mani
ad accarezzare il tuo viso.
Trasparenze di risorgiva
sono gli occhi tuoi
e il tuo sorriso,
bianco come certi sassi d’Ortigara,
è lo stesso di quando ti colsi giovinetta.
I tuoi seni sono le dolci colline d’Asiago
e le tue braccia
rami di faggio fogliato.
 
Al Forte Interrotto
passi ghiaiosi scandivano il tempo,
il tempo muto che a volte ci accompagna.
Rosse fragole rimestavano il nostro passato
ma nell’intricata selva
i ciclamini li vedevi solo tu.
 
Non me ne dolgo.
I miei occhi,
in questa estate complice e fuggitiva,
si cibano solo di luce riflessa.

                                             Cesuna, estate 2011
 
 
Vorrei udire la tua voce

Vorrei udire ancora la tua voce,
non la voce rotta,
la voce spezzata,
la voce che ferisce senza tua colpa alcuna,
ma la voce che lenisce.
 
Vorrei saperti parlare
come quando ti scorsi giovinetta
e la tua voce di rimando
era musica senza spartito,
che dava senso ai miei giorni oscuri
e luce alle notti senza fine.
 
Ma oggi, la distanza che sempre affiora
svela un uomo che volevo rimuovere
che torna ancora a sgraziare i suoi giorni.
 
No,
non così,
chiede l’anima mia trafitta
da ferite invano celate.
La risposta è là,
nell’Auditorium delle nostre esistenze
e nei vicoli ormai innocenti
del mio ammiccante paese.

                                                   Piove di Sacco, luglio 2015
 


 
Sogno di un ragazzo un po’ speciale

 
Vorrei rubare un’immagine
di te bambina:
oso pensarti china
a sfogliare luci taglienti
e ombre odorose,
riflessi abbacinanti
e mulinelli d’acqua
tra le anse celate
di un fiume largo, placido, materno.
 
Forse lì hai scritto i primi versi
cercando spazi impossibili
tra ricami di cielo
e brezze senza nome.
 
Ma di ritorno, l’oggi,
avaro amico,
per donare ad altri quei sogni discreti
resi impossibili da un fato
che non spiega le sue scelte
e frantuma ogni domanda.
 
… A difenderti,
lo stagno silente,
il fiume dalle alte rive,
le basse maree del mare dietro casa  
dove leggevi il libro della vita
e ti sembrava mistica visione.
 
Ancora
ancora,
con la dolcezza di ieri
serbata nei tuoi occhi che scrutano
al di là delle stagioni.

                       Versi immaginari di un ragazzo down dedicati
                        alle operatrici del proprio Centro Educativo.
 
 

 
 
Lino

 
In punta di piedi sei entrato,
stanza 6, tredici il letto.
Erano amorose le voci
che ti adagiarono tra bianche lenzuola:
“ti curano bene
e presto tornerai”.
 
Molte braccia ti accudirono
e dolci sguardi,
velando pietosi la mesta bugia.
 
E presto
una lunga mano
mosse rapida i suoi artigli,
e le sue ferite
sul tuo corpo indifeso
acuirono il tuo sguardo
che muto cercava un senso:
il senso delle cose accarezzate,
di una vita operosa, mai scontata,
il senso dei giorni mancanti
sempre più brevi
fino a ridursi a ore sofferte,
a brevi minuti
a spenti
ultimi
istanti
nell’abbraccio immortale del figlio.

                                          Piove di Sacco, 16 febbraio 2015  
 
 
Il Treno delle 5,30
 
                 
A passi lenti, misurati
ripassati cento volte nella tua mente lucida
hai percorso la distanza
che separa la vita dalla morte,
la luce dalle tenebre,
il tepore dell’aria dal gelo degli abissi.
 
Non ti colse il dubbio.
 
Le mani    dietro
le braccia    dietro
le membra    dietro …  
ma il volto era proteso,
il collo era proteso,
l’anima tua era protesa,
il cuore tuo
moribondo
era proteso.
 
                                                                   
Nulla ha potuto l’uomo che avanzava
con l’orrore negli occhi,
che cercava i tuoi occhi
per chieder loro pietà:
la ferocia dell’acciaio non perdona.
 
      
C’è un gran brusio intorno a te,
a ciò che resta di te.
Sono i grilli della scarpata
che nulla sapevano di te;
sono le rondini di casa tua
che mimano al cielo
i tuoi ultimi respiri;
sono i tuoi cari,
così vicini da non capire
perché andavi così lontano.
Sono anche i tuoi paesani
- eri uno di loro -
che tutto sapevano
tranne il vuoto che era in te.
                                                                       
Ma presto vagherai,
anima dispersa,
in un limbo antico
che noi chiamiamo pace:
la pace che cercavi.
 
Erano le cinque e trenta
dell’ultimo giorno di primavera.
 
                  Dedicata a D.P., l’uomo che il 20 giugno 2002, alla guida
                   della littorina  Piove di Sacco – Adria, nulla ha potuto.
 
Il muro del Ghetto di Varsavia

 
Ho visto nascere il muro del Ghetto
alto solenne ben costruito:
i buoni di là, i cattivi di qua.
Ho visto gente entrare nel Ghetto
sognando destini meno crudeli
e uomini curvi umiliati nel Ghetto
salvare brandelli di umanità.
Ho visto donne al sole del Ghetto
asciugare stracci e occhi di pianto
e una madre crudele strapparsi le vesti
per aver soffocato una vita donata.
Ho visto un padre finire i suoi złoty
per cogliere lampi di felicità
e un vecchio furioso rubare nel Ghetto
ad una vecchia infelice più stanca di lui
e ho visto gente guardarlo supino
mangiare nel fango, la bocca all’ingiù.
Ho visto una donna uccisa nel Ghetto
per una domanda del tutto banale:
<Dove porta quel treno, quel carro bestiame
che sbuffa fremente, nero, mortale?>
Ho visto gente insultata nel Ghetto
da infame preghiera di un aguzzino:
<Tanzen, tanzen, das is ein lust!
E’ così divertente … storpio, ballare! >.
 
Poi ho visto un bimbo, un bimbo morire
ai piedi del muro del Ghetto di Varsavia:
di qua la libertà, di là la trista morte.
La morte che avanzava, soffocando il suo grido
spezzando le sue fibre, le membra sue e il cuore.
 
Ma quel bimbo era mio figlio, nazista,
e anche tuo. Era figlio nostro e di tutti noi,
dell’umanità intera era quel bimbo
colpito dalla belva che era in te.
Fa, mio Dio,
che una morte così mai più accada.
Ho visto il muro del Ghetto di Varsavia
dannare l’uomo ariano, onnipotente
ma le note di Chopin salvare genti
umiliare l’odio, tradire bandiere,
padri congiungersi ai figli più negletti
e madri accudire anche i derelitti.

                             (Ispirata al film “Il pianista” di Roman Polanski)
 
 
 
Marina II


“Panini caldi, Piadine, Bruschette”
recita il cartello,
ma è chiuso il gazebo che invita a entrare:
un vento di Levante
che porta sabbia fina
è padre padrone
in questa cruda primavera.
Gli ombrelloni chiusi,
soldatini in geometrica parata,
vibrano l’attesa di colorare il sole.
Nel bagnasciuga tormentato
due gambette ignude saltellano felici
inseguite da sguardi che leggono a ritroso…
… la stessa spiaggia, le soste meridiane
con pesche succose e secchielli per giocare.
Il Tempo
che non rimase lì a guardare
ha percorso eventi, magiche visioni,
sogni realizzati e ferite da sanare.
E questo mare che non conosce soste,
che muta pelle per tornare sempre uguale,
ripete i giorni
in cui cercavo il senso delle ore.
“Voglio essere pazzo”
grida al cielo il bimbo mio
mimando il bimbo che è ancora in me.
Le sue orme, sulla sabbia muta,
dureranno il sospiro di una nuova mareggiata.

                Sottomarina, 23 maggio 2013   (Dedicata ad Alex, 6 anni)
Sardegna ieri


Ti rapirò
tra onde sconosciute,
cavalieri senza nome
lanciati contro mulini a vento.
Ti adagerò
tra gli olivi sgraziati,
inginocchiati a pregare
le loro esauste radici
e aspetterò il vento della sera
che è sospiro di terra
e risucchio di mare.

Al mattino
voci infantili si schianteranno
contro lo scoglio antico
che saprà di mare
anche quando diventerà spoglia falange
o gotica fiera
per il riaffiorare perenne
di questa terra
inquieta da sempre.

Schiuma di pianto
e coralli di felicità,
conviventi
come l’odio e l’amore
il viver breve e perpetuo dei pastori
le urla silenti del muto paesano.
Vizi ereditati
come le pietre del proprio orto,
téssere di un mosaico
tracciato e deciso
nei contorti labirinti
di un seducente altrove.
                            
                              (Putzu Idu, 1976 – Chia, 2001)




Genova


Sono tornato a Genova
in una giornata di sole.
L’inquilino di Via Molteni
non abita più qui,
ma ogni anno aspetta,
ogni anno aspetta la mia venuta.


…Vista sul porto
dal poggiolo buono del sesto piano
dove i miei acquerelli
imbrattavano fogli innocenti
mentre Alfredo, figlio d’arte,
faceva vibrare le gru e le navi alla fonda.
Nei carruggi ombrosi
il vento spazzava l’asfalto,
arruffava cani e padroni,
sfogliava "Il Secolo" del bar all’angolo
e a Boccadasse
la spuma delle mareggiate
spadroneggiava nelle case dei pescatori.

Forse è partito da qui
il mio lungo viaggio
alla ricerca di palpiti di vita,
di "città invisibili"
di gente impavida
avvezza a solcare le oscure vie.

         (Dedicata ad Alfredo e allo zio Angelo, l’inquilino di Via Molteni)


Il lungo viaggio
                        (I ragazzi di Via Zara)


Avevo dieci anni e già guardavo a Oriente.
… … …

Nella mia prima vita sono nato a Riga.
Lì ho solcato vie
di asburgica memoria e solidali convivenze.
A Riga ho appreso l’arte del vivere sublime
da una madre amorosa
e un padre gentile,
da sorelle affettuose e zie un po’ matrioske,
gelose d’esser mamme di figli altrui.
A Riga ho patito la fame senza soffrirla mai
e vecchi in nero, più poveri di me,
stendermi la mano tutti i venerdì.
Forse a Riga le mie vesti erano lise
o smesse da zii ricchi e un po’ lontani,
ma io non sapevo cos’era l’invidia
né mi chiedevo se ciò fosse una virtù.
I bimbi che inseguivo, nella città di Riga,
erano gambe ignude anche d’inverno
e lunghe braccia macilente
ma gli sguardi che incrociavo
non conoscevano la paura.
La mia infanzia, nella città di Riga,
fu cento metri
di case e fossati, ortiche e sambuchi,
acerbe susine e cachi legnosi;
ma in autunno
uva succosa da rubare
e cani lupo lì a guardare.

… …  …

Un rombo d’auto mi scuote.
Sul muro una targa - Via Zara -
cento metri di case e fossati.
In fondo, a sbarrare la strada,
i lucidi binari della ferrovia.
                   
             (A ricordo della maestra Ida Scarpa, che teneva scuola e
              carte geografiche in via Zara nei pressi della Stazione                              ferroviaria di Piove di Sacco)




La colonia di Falcade


Era d’estate. Sudore di passi
in quel lungo sentiero. Nel bosco,
ombre odorose ribes e silenzi.
Fu d’improvviso, un ricordo lontano:
di là del monte, la colonia del mio paese.


« In fila per due! » inizio giornata
gli occhi collosi, in marcia forzata;
in chiesa la messa, proibito scappare
comunione obbligata e dopo mangiare.
Ai tavoli panche, ognuno al suo posto
la tazza è contusa, il pane un po’ tosto
caffelatte con panna, aspetto grinzoso
aliena vivanda per occhio sfizioso.
Rifatto il mio letto quattro salti in cortile,
una mela abitata, un sorriso gentile;
talvolta rinuncio perfino a giocare
coltivo gli sguardi, è tempo di sognare.
Varcato il torrente, tappeti di viole
cavallette piscione, lamponi e nocciole;
« Madre, un porcino! » una testa compare,
la suora felice in disparte a meditare.
Alle undici in punto una bella orazione,
per l’angelo custode c’è gran devozione,
e non manca il rosario, ora pro nobis,
Sancta Virgo virginum, ora pro nobis.

A pranzo caciara e un batter di piatti
il vitto ritarda, una bolgia di matti,
la pasta è stracotta, la carne lardosa
la verdura è passita, che storia penosa.
A rancio ultimato, tortura di fino
la branda ci aspetta per un bel riposino,
cuscini che volano non passa mai l’ora,
rumori sospetti, oddio la Superiora.
E dopo in paese tra ali di gente
"che bravi fanciulli" si vede e si sente
l’orgoglio ci sfiora, ma ora a giocare
finché sulle Pale è la luce a scherzare.
A sera sciupati una cena frugale
a nanna leggeri non fa così male,
ma prima una prece, salmi e canzoni
« Grazie o Signore di questi tuoi doni".

Il giorno si spegne, la suora a benedire
« Buonanotte bambini, è ora di dormire ».
La finestra è socchiusa, la luna riappare
nel buio due occhi mai finiscono di guardare.

                                   A ricordo della colonia estiva di Falcade (BL),
                                   ai piedi del Focobon nel Gruppo delle Pale di San Martino.
                                   La colonia - siamo negli anni ’50 -
                                   era gestita dalle suore di Piove di Sacco.


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