Fiorella Fornasiero - gruppoartistidellasaccisica

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Poetry

Fiorella was born in Ospedaletto Euganeo in 1961, but since 1966 she lives in Piove di Sacco. She attended the conservatory “Cesare Pollini” in Padova, where she earned her piano diploma. She is now a music teacher in the lower secondary school of her city. Fiorella has always loved writing poems, since she was very       young. However, she let the world know about her hobby only a few years ago, when she decided to become a member of the “Gruppo Artisti della Saccisica”. Many of her poems have received important acknowledgments in national and international competitions and have been published in poetry anthologies.
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Piana di Marcesina

  Nella bianca piana,
in silenzioso rispetto,
trascino pesanti passi.
Tondeggianti montagnole naïf
m’incantano, mentre sbucano
curiose sommità di rocce e sassi.
Ai margini della strada
fantasmi di tronchi,
abbattuti e tagliati:
solitari eroi monchi.
Il dolore ieri qui scrisse il vento,
tracciando striature, come di onde.
In una boule de neige oggi mi sento
e sul viso il pianto mi si confonde.
Sotto la neve che tutto copre,
i verdi pini
e degli arbusti gli spini,
sotto la neve della bianca piana
l’erba, divenuta paglia, riposa
col seme che si farà fiore.
  Assieme aspettano
il disparire del gelo
e, con me, sognano
il principiare di nuova vita.




Per i tuoi sogni una moneta

  Stretta al pulcioso cane
sta la massa rannicchiata,
non si sparte solo il pane
nell’andare senza meta,
mentre sale il tepore
ch’esce lento dalla grata.
  Per i tuoi sogni una moneta.
E se pur t’han tolto tutto,
dal cuore la famiglia
dalle mani l’orgoglio
dalla bocca il sorriso,
quando in gola va il liquore
giù dal collo di bottiglia,
vedi il mondo meno brutto,
scorgi strie nel nero foglio:
sono i raggi delle stelle
che ti sfioran dolci il viso.
  Uom di strada trascurato,
che cammini senza meta,                     
che corteccia hai per pelle
e non sovvieni chi sei stato:
  per i tuoi sogni una moneta




Or che i ricordi

  Or che i ricordi ti fan compagnia,
smuovili e spigola quelli più belli:
irta e deserta s’è fatta la via
ma a consolarti s’appressano quelli.
Prendili e stringili, affonda le mani:
com’acqua sfuggono, qualcuno resta.
Lento li gusti, li tasti, li sgrani,
poi con affetto li meni alla cesta.
  Or che a fatica parole combini
e nella mente il pensier si confonde,
ecco che i volti più amati e vicini
sfumano e tornan col moto dell’onde.
Son cicatrici di stinto passato
che or percorri, strusciando le dita:
sono i ricordi che hai risparmiato
per un consunto rosario di vita.




Foglie autunnali

  Osservi con distacco
dalla cigliata bifora
un tempo seducente,
ora di rosso venata,
ora di cenere velata.
Rassegnazione
nel gravoso fardello
che flette la figura
contorta e disseccata,
diafana visione
del tramonto incombente.
Un accavallarsi di pensieri,
voci intime inespresse,
l’incerta compagnia
in ore affollate di ricordi
e animate dal dolore del nulla.
  Osservi col distacco
di chi ha concluso
ogni discorso ed impresa,
intanto che si slargano i solchi
affidati dal fluire del tempo
sulle mani, un tempo salde
ma ora anch’esse
incerte e tremanti
foglie autunnali.



Brusar la vecia

  “I me dize che so ’na vecia sdentegà
ma come che gira el mondo go ’nparà.
Se ’l  prepotente urla, l’onesto taze
e pa on ano finìo che no ghe piaze,
anca se no go propio colpa de gnente,
me ciapo ’e  parole de tuta ’sta zente.
Cossì, de novo, sol rogo dele streghe
i me brusa come legna de careghe.”
  Se simili a rosse faville
sfuggissero i miei pensieri
e la vecia nel foco,
in un codazzo di scintille,
seco prendesse i più neri,
io m’avanzerei un poco
nel vociare della festa
che d’altri mi sembra.
Già mi sfiora la testa
e m’avvolge le membra,
qual folata di vento.
  Io ardo e niente più sento.



Il canto degli Angeli

 Mi tormentano
le parole che non ho detto,
ma ancor più
quelle che non ho scritto.
Solo distese su fogli
mi recano pace
e all’anima consolazione.

 Sovente mi sgorgan parole,
non verso soave o mielato,
ma verbo che taglia e che duole:
matassa di filo spinato.
Però quand’annego nel pianto,
per misere vite violate,
mi giunge degli Angeli il canto,
nel fremere d’ali strappate.
In punta di penna, allor, scrivo
parole che plachino il cuore:
sfocati miraggi di sogni,
tratteggi di pace e d’amore.



Fili dell’anima

 Nel silenzio
della mia solitudine
srotolo
fili di pensieri:
son cupe le tinte
che fluiscono fuori.
E’ un gravoso estrarre,
un difficoltoso districare
di nodi
confusi,
un aguzzo filo spinato
che lacera al passare.
 Nel silenzio della mia solitudine
dispiego
la matassa della mia anima,
quella tenia
che divorò
ogni parvenza di letizia.
Srotolo con accanimento,
anelando alla liberazione
e poi,
riavvolto in antichi rocchetti,
ne intreccio il filo,
d’un setoso argento divenuto,
per trarne
un ricamo di versi.



Son profeta?

 Mi dipingon sognatore
perché volo ad occhi aperti,
perché transito per ore
nei silenzi dei deserti.
Mi denigran idealista:
troppo affilo le parole,
solo parto alla conquista
di tesori che alcun vuole.

 Vivo in altra dimensione,
dove i sensi trovan cura,
dove tace la ragione
e col cuor ci si misura.
Tengo mente aperta e pura,
chi son io? Io son profeta?
Nacqui umano per natura
ma per scelta son poeta.

 Mi ritengo fortunato:
m’accontenta poca cosa,
sto in un libro accoccolato
con dei petali di rosa.
E, se penso al tempo perso
e all’età che fugge via,
la mia voce si fa verso,
la mia anima poesia.






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